ERMANNO CAVAZZONI E LA SCISSIONE UMANA

La notizia apparsa su un quotidiano di un povero malato che ha deciso di dimorare in un loculo del cimitero adibendolo a provvisoria stanza da pranzo e da letto, ricorda il film La voce della luna (1990) di Federico Fellini, con Roberto Benigni che impersonava Ivo Salvini, uno stralunato abitante delle campagne padane, psicologicamente labile, grande sognatore, bambino non cresciuto, che sentiva le campane nel pozzo vicino casa, di notte, che dialogava con i morti ed era attirato dai cimiteri come fossero anguste case da occupare. Il film è liberamente tratto da Il poema dei lunatici (Guanda 1987) di Ermanno Cavazzoni. E’ notte, c’è la luna piena. Ivo Salvini è stupefatto, si affaccia in un pozzo, segue uomini, ombre, echi con un’andatura insicura. I personaggi di Cavazzoni sono angeli benefici, esseri creanti, allucinati. I fantasmi interiori si sfaldano e acquisiscono il ricordo dell’immaginazione infantile, del bene di chi si stacca dalla realtà per approdare in un’esaltazione giocosa, ironica, beffarda. Nel duetto di Cavazzoni Salvini e il magistrato Gonnella, paranoico e affetto da manie di persecuzione, sono ridicoli eppure riflessivi, sensibili. Non c’è altro che uno stile ricreativo che stringe questa narrazione, che le assegna un tono antropologico da un lato e psicotico dall’altro, tipico degli scrittori emiliani che sanno raccontare con nonchalance la follia fino a scrutare, con Cavazzoni, i “piccoli esseri” che si insidiano nelle tubature dell’acqua e non se ne vogliono andare. Il poema dei lunatici nasce, nell’input, dall’accertamento che nei lunghi inverni si trovano degli scritti in bottiglie buttate in fondo ai pozzi, così come d’estate in riva al mare della riviera adriatica. Sono scarabocchi, messaggi, implorazioni, maledizioni, profezie. Qualcuno, nei casolari padani di una volta, crede assurdamente che i pozzi comunichino con il sottosuolo e con i morti. E’ il senso del surreale e dell’inverosimile, nonché della superstizione che anima la verve narrativa di Cavazzoni, che ha recuperato le storie negli archivi di un manicomio, nella cartelle cliniche dei pazienti e nelle trascrizioni degli psichiatri. Lo scrittore ha detto di credere che sia una gran fortuna essere scissi da se stessi perché ci si alimenta di un doppio io, di quel formicaio interiore, dissennato, dove si va a tentoni. Cavazzoni è per la moltiplicazione dello stesso individuo fuori da una prigione convenzionale. La dimensione onirica non è solo composta di sogno, ma di una malattia dell’anima che altera la percezione delle cose, che deforma gli oggetti, che disturba la realtà. Uno spiraglio di razionalizzazione, nel dialogo, è destinato a fallire, perché stemperato dal fuoco della visione, in tante schegge che si incrociano a livello di coscienza. Storia naturale dei giganti (Guanda 2007) narra di un mondo inesistente, ulcerato, con i giganti che sono esseri mitologici con abitudini incomprensibili nell’uso del linguaggio e nella sessualità. Lo sconcertante vigore compositivo e le fulminee impennate cozzano nelle voragini della psiche. Per Cavazzoni le persone e gli extraterresti potrebbero convivere con gli stessi screzi che si verificano tra inquilini di un condominio. Come a dire che la verità è nell’erosione del visibile, nello scavo, nella deformazione e nella contraffazione della logica. La scomposizione quotidiana non parte da una sperimentazione linguistica, ma da un paradosso esistenziale, da un’eversione di soggetti alienati. Con Fellini Ermanno Cavazzoni si intendeva a meraviglia. Amavano il fascino dei pozzi che riconducono alla grande terra che non vediamo.

Alessandro Moscè

CAVAZZONI[1]

 

 

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