PERCHE’ SIAMO TUTTI CALCIATORI

Con l’inizio degli Europei di calcio, ricomincia un rito tribale. Qualcosa di primitivo che ha a che fare con la religione. Lo diceva Pier Pasolini: “Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l’unica rimastaci. Il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro”. C’è un prima e un dopo lo spettacolo, c’è l’attesa, la liturgia, la processione, il commento. C’è la nostalgia della fine del rito. E poi c’è la divinità. Il campione, quello che fa l’assist (Platini), quello che segna (Ronaldo). Ma c’è anche chi serve il rito, chi ha una posizione defilata e determinante (il difensore). Il centrocampista passa la palla, costruisce l’azione per siglare il goal, cede l’olio santo della partita, della celebrazione eucaristica. L’antropologo Marc Augé, nel suo libro appena ripubblicato da EDB, Football, il calcio come fenomeno religioso, puntualizza su una fase storica: “Il calcio, come pratica e come spettacolo, è un nuovo oppio dei popoli o è l’occasione di una presa di coscienza di classe? Lo sport e, in particolare gli sport di squadra, hanno un valore formativo in un periodo, la vigilia del 1914, che i politici concordano nel descrivere come minaccioso, oppure essi tendono a indebolire in anticipo la combattività dei cittadini?” Il calcio come un totem, un colore, un animale, un simbolo che identifica il gruppo. Il totem è un elemento dispositivo, “serve a suscitare il desiderio di adesione”, afferma Augé. Il calcio è riconoscimento, perché in fondo quella divinità siamo noi che ci trasferiamo nell’altro, nel campione. Il calcio attinge alla poetica del doppio. Crediamo nel Dio che fa il passaggio e in quello che segna. Ci sentiamo lui, ridimensionando il divino per farlo umano, straordinaria entità somigliante al ragazzo della porta accanto. Potrebbe accadere a chiunque di trovarsi davanti alla porta e di mettere in rete la palla decisiva che ci consegna un Europeo, o che ce lo toglie, come successe nel 2000 con un goal del francese Trezeguet mentre già pensavamo di aver vinto la sfida continentale dopo trentadue anni. Fu una delusione tremenda. C’è anche chi il calcio lo odia. Non nella sua arena, per la sfida tra i gladiatori della modernità, ma per il corollario. Perché la chiacchiera becera finisce per soffocare il gesto atletico, l’agonismo, la fatica e il sudore. Il calcio, in Italia, è esasperazione, divisione, violenza. Ma sugli spalti, negli ambienti delle curve politicizzate e anarchiche, non nel terreno di gioco. Il calcio, nel prato verde, resta la metafora dell’esistenza: sopraffare l’altro per non soccombere. Si vince o si perde. L’esistenza è una sfida, tutti i giorni. Lo sconfitto che vediamo davanti ai nostri occhi non ci è mai antipatico, perché può capitare a chiunque di cadere, perché chiunque ha diritto al riscatto. I calciatori, per Augé, sono gli dei di Omero, ma quegli dei siamo appunto noi stessi all’interno della comunità che guardiamo, che ci guarda, che giudichiamo, che ci giudica. E ci piace il rischio, perché in fondo le sorprese sono sempre in agguato. L’esito non è mai scontato, tutt’altro. Anzi, ogni volta il finale è da riscrivere. Può succedere in un istante quello che non è successo in tanti, troppi anni. Pensate al Leicester, la squadra inglese dell’allenatore italiano Claudio Ranieri. Una banda di sciamannati ha vinto la Premier League, quando all’inizio della stagione era data tra le compagini meno qualificate. I pronostici possono essere ribaltati. Chi non lo desidera? Ognuno con le sue scaramanzie davanti al televisore, mentre inizia la partita. Non accavallare la gamba sinistra, non alzarsi prima della fine del tempo, non sbuffare, sedere sulla solita poltrona, bere l’acqua e non il vino, non rispondere al telefono ecc.

Alessandro Moscè

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