GALLERIA DEL MILLENNIO DI ALESSANDRO MOSCE’

da www. www.libertariam.blogspot.it, 5 giugno 2016

Il tuo libro Galleria del millennio è un viaggio attraverso tappe letterarie con un filo conduttore che va dal 2004 al 2014. Come mai hai scelto questo decennio e perché proprio dal 2004? Qual e l’obiettivo culturale che ti ha spinto in tale indagine critica?
Ho unito, idealmente, la maggior parte dei miei scritti critici che sono stati pubblicati da dieci anni a questa parte in quotidiani e riviste. Quindi è stata un’operazione di raccolta, nulla di più. Il 2004 è l’anno spartiacque del mio lavoro, perché ho iniziato alcune collaborazioni che sono durate nel tempo e che mi hanno permesso di esercitare la critica militante. Non c’è un obiettivo culturale, ma semplicemente un’indagine determinata dalle mie preferenze, dal mio sguardo che oscilla nelle tre branche della letteratura: poesia, narrativa e critica. Una critica nella critica, possiamo dire, che illumina un decennio controverso, affastellato, dispersivo e che è alimentata non solo dalla lettura dei libri ma anche dalla conoscenza e dalla frequentazione di alcuni scrittori “compagni di via” con i quali ho condiviso un percorso formativo. Tra gli altri Giorgio Saviane, con il quale intrattenevo lunghe conversazioni telefoniche, Alberto Bevilacqua, che andavo a trovare nella sua casa romana a Vigna Clara, e i conterranei Umberto Piersanti e Massimo Raffaeli, nella loro residenzialità che è diventata anche un modo di dire, qui nelle Marche. Il viaggio letterario, per chi lo compie, ha bisogno di punti di riferimento. Tra le nuove generazioni emerge un’estemporaneità fine a se stessa, una sorta di ipertrofia dell’io e di ipervisività priva di conoscenza, di approfondimento, di studio. Credo che sia necessario virare in tutt’altra direzione perché la letteratura non diventi puro intrattenimento, qualcosa di simile al mondo dello spettacolo. L’antropologo Marc Augé dice che viviamo di stagioni sportive, scolastiche e politiche. Anche i libri rischiano questo processo di dissolvimento fugace.

Nella presentazione parli di letteratura dell’esperienza contrapponendola a quella sperimentale. Vuoi approfondire la differenza fra questi due concetti e cosa intendi trasmettere?
La letteratura dell’esperienza nasce dalla vita, nel cerchio esistenziale, iniziale e finale, vita-morte. Nella clessidra che attraversa il tempo ci sono l’amore, la perdita, il bene, il male, cioè gli archetipi. La poesia nasce con l’uomo, perché nessuno sarebbe ciò che è senza amore, senza il ricordo personale o la memoria collettiva. Lo sperimentalismo privilegia una scrittura programmatica studiata a tavolino, gergale, tipica degli accademici sofisticati e spesso decontestualizzati dalla realtà quotidiana. Io propendo per la prima opzione, e non a caso cito Carlo Bo e i suoi Otto studi che delineano una traccia in tutto il Novecento. Jorges Borges diceva che la letteratura è un sogno guidato. E’ una difesa, una resistenza, ma non ideologica. E’ umanità espressa nella disperata vitalità di Pier Paolo Pasolini, nella fantasessualità di Alberto Moravia, nell’utopia reale di Paolo Volponi, nell’eco del mare caraibico di Derek Walcott, nella poesia orfica di Milo De Angelis.

Indaghi il presente in una prospettiva-guida verso il futuro per una vita motivata e interrogativa fra ésprit de geometrie ed ésprit de finesse. Il passato, che ruolo ha in tutto questo? Rappresenta una guida personale che diventa guida per tutti? Non è un po’ presuntuoso?
Non c’è un intento sociologico, né tanto meno pedagogico in questa prospettiva-guida, perché non rientra nella mia volontà di scrittore. Il libro non è neppure una guida con l’aspirazione che diventi guida per tutti. Il passato, come il presente, è un punto d’osservazione, nient’altro. Senza pretese e senza presunzione. Ma un critico deve esporsi, selezionare, discernere secondo una mappa orientativa. Credo che siano chiare le direttrici che hanno mosso la mia indagine, anche perché le ho esplicitate nella premessa, che è già una definizione di poetica. I luoghi sono un altro comun denominatore, ma in Galleria del millennio risulta un’infinita gamma di elementi aggreganti: l’infanzia, la giovinezza, la depressività, il dolore, il metasogno, la provincia, la donna ecc. Susanna Tamaro nel romanzo Per sempre (Giunti 2011) fa dire alla protagonista: “Tutti noi abbiamo una definizione che ci permette di esistere e questa definizione è la nostra zattera”.

Galleria del millennio si compone, fra testi editi e inediti, di tre parti suddivise in “Fuori pagina” – “Interviste” – “Appunti quotidiani”, con recensioni di autori di grande impatto, da Pasolini a Scataglini, per rendere l’idea. A questo proposito c’è stata una selezione attenta: con quale criterio?
Il criterio l’ho già indicato. Ho scritto degli autori che amo di più, che ho letto e riletto, e che appartengono alla nostra contemporaneità. C’è attenzione per il mondo marginale, ad esempio, per i mattocchi di Federico Fellini, di Gianni Celati, di Ermanno Cavazzoni, di Ugo Cornia. La letteratura romagnola ed emiliana mi ha aperto una finestra per conoscere l’uomo, perché i viaggi sono reali e mentali. Penso ai personaggi (o meglio agli anti personaggi) di Cavazzoni che parlano con la luna e con i pozzi, a quelli di Cornia, che sono ombre evanescenti, voci improbabili. E che dire del viaggio di Fellini, che immagina l’aldilà abitato da grandi orchestre e da treni senza destinazione? Anche l’immaginifico fa parte di questa selezione, ma non è scorporato da una concretezza terrigena. Qualche anno fa ho vissuto una vicenda simile. Un amico, un omino della casa di riposo di Fabriano, voleva parlare con la Madonna e pensava che fosse nascosta in un fondo al pozzo di un chiostro. Era convinto che attraverso le fenditure dei muri sua madre, deceduta, soffiasse per farsi sentire dall’altra parte della parete, quella dove i morti si muovono di soppiatto. Un critico e uno storico della letteratura come Ezio Raimondi, venuto a mancare da poco, parlava di una “coscienza affettiva” accennando all’amore per le persone mai indeterminate e irrelate.

La tua analisi critica riguarda anche opere lette occasionalmente che costituiscono, nel loro panorama, un flusso unitario. Che percezione hai avuto alla luce di oggi, in un’ottica universalista, che esclude altre culture? Non ritieni di dover proseguire in un’indagine interculturale, oppure ritieni che la nostra cultura sia il faro dell’umanità?
Non ritengo che la nostra cultura sia il faro dell’umanità, ma in Galleria del millennio non c’è affatto l’esclusione di altre culture. In un’intervista con il grande poeta siriano Adonis emergono i conflitti del mondo arabo e l’incapacità di distinguere lo Stato dalla religione. Ogni fondamentalismo è sbagliato e provoca dissidi. Il romanziere israeliano David Grossman racconta la perdita del figlio in guerra e la sua angoscia riversata sulla moglie. Tahar Ben Jelloun, il noto autore franco-marocchino, ammonisce la cultura araba e il rapporto con il tempo, con l’individuo, auspicando il riconoscimento del singolo e soprattutto il valore della donna. Yves Bonnefoy, il più grande poeta francese, insegna che la poesia rende più intenso il rapporto con l’altro. Seamus Heaney, l’irlandese che vinse il Premio Nobel, afferma che quando si riesce a dire di sì alle cose anche l’arte può dirsi finalmente riuscita. Lo sguardo, insomma, supera senz’altro i confini italiani, entrando anche a contatto con un universo teatro di scontri e di repressioni.

Ogni recensione o intervista è datata, lasciando una traccia indelebile nello spazio e nel tempo. Quali progetti hai in mente? Pensi di continuare questa minuziosa ricerca nel 2015? Con quale formula, visto il momento epocale in cui ci troviamo fra ansie e speranze?
Non so in quale epoca ci troviamo, ma non penso che i nostri nonni che uscivano dalla seconda guerra mondiale stessero meglio di noi. La traccia indelebile non è mai un’intervista o una recensione in sé, ma il senso che racchiude un’intuizione artistica, un messaggio trasmesso attraverso l’opera d’arte. Non credo che continuerò meticolosamente una ricerca critica, perché ho già finito di scrivere la mia nuova raccolta poetica, che sto integrando con altri versi finora inediti e rivisitati in questi giorni. Sta per essere pubblicato il mio nuovo romanzo dal titolo L’età bianca, che è una sorta di prosecuzione del precedente, Il talento della malattia, costituendone con quest’ultimo un dittico. Non ho mai rifiutato la scrittura biografica, che diventa perfino scrittura in prima persona. Tempo e spazio, come dici, sono le coordinate essenziali anche della critica. Le prime e insostituibili coordinate. Nello spazio e nel tempo si annidano le domande ossessive dell’uomo: da dove veniamo e dove stiamo andando? Dal nulla al nulla, o verso un’imprecisata realtà-altra che non possiamo toccare con mano prima della morte? Il mistero del non sapere è già una persuasione fortemente letteraria.

Laura Margherita Volante

ale battista

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