FLANNERY O’CONNOR: SI PUO’ PARLARE CON DIO

Non è mai facile affrontare uno scrittore cattolico, perché non è mai facile capire le sue intenzioni, se non le assorbiamo interamente. L’azione che muove verso Dio non è spiegabile con il raziocinio, ma con i sensi, mediante una sorta di totale rivelazione e adesione. “Non intendo rinnegare le preghiere tradizionali che ho detto per tutta la vita, ma le dico e non le sento. Vorrei scrivere una preghiera bellissima”. Il diario personale di Flannery O’Connor, scritto tra il 1946 e il 1947 ai tempi dell’Università in Iowa e di recente ritrovato tra le sue carte in Georgia, è molto di più di un libro insolito, personalissimo. Diario di preghiera (Bompiani 2016) risulta un dialogo confidenziale, un intreccio di evocazioni struggenti, una confessione appassionata, che sonda intensamente le pieghe dell’anima tanto da offrire se stessi e la propria disponibilità come un dono al Signore. Una finestra sull’interiorità di una delle maggiori narratrici americane del secolo passato, è stato detto di Diario di preghiera. Flannery O’Connor non si appella solo a Dio, ma anche a maestri come Freud, Proust e Rousseau. In questo documento, arricchito dalla riproduzione anastatica delle pagine del diario, emerge una grazia umile, un sentimento stupito e infranto. Mi ricordo che Giorgio Saviane, noto romanziere, mi disse più o meno le stesse cose, e riuscì a tradurle in un libro appassionato: Voglio parlare con Dio (Mondadori 1996). Può sembrare perfino pretestuoso, utopico. Saviane spiegava l’esistenza di Dio con lo spirito immortale che tiene unita la materia, ma era lui stesso a dire che l’uomo deve ancora progredire molto per capire Dio e per elevarsi al di sopra di ogni superstizione. Ma con quale Dio parlare? Gandhi lo sentiva ogni giorno come un flusso, un velo, un’onda bianca e soffice. Forse quando un uomo è colmo di dolore non riesce a portarne il peso. E però alzare il capo e guardare il cielo. E’ lì Dio, si chiedeva Giorgio Saviane, auspicando di non perdersi nell’impossibile per rendersi testimoni di un piccolo esistere degli uomini che non saprebbero di essere l’universo? Scriveva Nicolás Gómez Dávila che “un libro che non abbia Dio, o l’assenza di Dio, come protagonista clandestino, è privo d’interesse”. Anche Davila avallava il primato dello spirito sulla materia, come si evince dalla lettura di In margine a un testo implicito (Adelphi 2001). Jorge Borges si convinse dell’impossibilità di penetrare il disegno divino, ma era affascinato dal mistero dell’invisibile. Ritornando a Flannery O’ Connor colpisce la fede vissuta come presenza viva, palpitante. Dio è come un uomo, è una presenza, un referente con un respiro e una voce. Scriveva: “Nessuno può essere un ateo che non conosce tutte le cose. Solo Dio è ateo. Il diavolo è il più grande credente e ha le sue ragioni”. Incontrare il Creatore è qualcosa di assoluto perfino per il suo nemico peggiore. L’odio e l’amore, del resto, sono da sempre sulla stessa circonferenza emotiva, come il bene e il male.

Alessandro Moscè

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