PANNELLA E PASOLINI: LUTERANI DEL PASSATO E DEL FUTURO

E’ vero, c’era qualcosa che li accumunava. Non a caso Pier Paolo Pasolini aveva citato spesso Marco Pannella. Era il temperamento dei due, il primo, immediato punto di contatto. Pasolini e Pannella eretici, luterani, anarchici. Due uomini pubblici che non avevano accettato l’onnipervadenza della Democrazia Cristiana e del Partito Comunista: l’una l’altra faccia dell’altro, di un comando fascista, omologante, che aveva annientato le radici italiani, omologato un popolo mutandolo antropologicamente. Questo era il pensiero sociologico, succinto, di Pasolini. Pannella conduceva le battaglie per l’acquisizione dei diritti affinché il Paese andasse avanti, si modernizzasse. Il futuro viene dal passato, ne costituisce il basamento. Entrambi profeti dell’antipolitica, usavano il corpo come arma di lotta. Pier Paolo Pasolini sarebbe intervenuto al congresso del Partito Radicale nel novembre 1975. La sua prolusione fu letta davanti ad una platea sconvolta, perché due giorni prima venne barbaramente ucciso. Il maggior intellettuale italiano del Novecento condivideva la battaglia di Pannella e aveva simpatia umana per l’uomo. Ecco alcune dichiarazioni di Pasolini per i radicali: “Dunque, bisogna lottare per la conservazione di tutte le forme, alterne e subalterne, di cultura. E’ ciò che avete fatto voi in tutti questi anni, specialmente negli ultimi. E siete riusciti a trovare forme alterne e subalterne di cultura dappertutto: al centro della città e negli angoli più lontani, più morti, più infrequentabili. Non avete avuto alcun rispetto umano, nessuna falsa dignità, e non siete soggiaciuti ad alcun ricatto. Non avete avuto paura né di meretrici né di fascisti”. Pasolini amava l’Italia contadina, arcaica, incontaminata da una modernità che non era affatto progresso. Pannella figurava un politico di razza al quale interessava portare a casa il risultato sull’aborto, sul divorzio, sull’obiezione di coscienza, sulla legalizzazione delle droghe leggere ecc. Ma entrambi sapevano essere, soprattutto, ciò che Pasolini, chiosando in quell’intervento mancato al Partito Radicale, definì: “imperterriti, ostinati, eternamente contrari, a pretendere, a volere, pronti a identificarci con il diverso, a scandalizzare”. Si ha l’impressione che anche Marco Pannella sarà presto tramutato in un’icona. E’ accaduto per pochissime persone che hanno ricoperto ruoli scomodi. Pasolini è universale, e lo diventerà anche il leader del Partito Radicale. Laici e luterani, dunque, credenti e anticlericali, detentori di una visione sacra dell’esistenza, per cui il crimine più grave, mutuando un’espressione di Pannella, rimane “stare con le mani in mano”. Marco Belpoliti, su “Repubblica” del 21 maggio, ha giustamente rimarcato gli “opposti paralleli” della due chiese. Erano uniti dal cuore più che dalle idee. Pasolini riconosceva a Pannella di parlare “con meravigliosa vivacità e allegria, malgrado una cinquantina di giorni di digiuno”. I due luterani avviarono, dagli anni Sessanta, la protesta per una riforma istituzionale. La vita in sé è sacrosanta, non la liturgia. Questa poteva anche essere l’unica via del perdono e del cambiamento perché gli italiani potessero pesare, finalmente, in un’pubblica opinione straziata dalla menzogna, “dissociata da secoli”. Sappiamo che le battaglie di Pannella sono continuate con alterne fortune, ma con la stessa dinamitarda convinzione. Pasolini è stato fatto fuori, e ancora oggi, dopo più di quarant’anni, una commissione parlamentare, per l’ennesima volta, chiede di riaprire l’inchiesta per capire le dinamiche di un omicidio dove le versioni, discordanti, sono cambiate decine di volte. La stessa prassi viene perpetrata per il delitto Moro. Ma questa è un’altra verità, o forse la verità sotterranea e indicibile con un’unica matrice.

 Alessandro Moscè

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