IL SALONE DEL LIBRO: UNA PIETANZA CON TROPPE SPEZIE

Ventinovesima edizione del Salone del Libro di Torino: un appuntamento annuale che da tempo lascia perplessi nei principi fondanti su cui si basa l’organizzazione culturale. Qualche anno fa lo chiuse Luciana Littizzetto, una show-woman che aveva pubblicato un libro di intrattenimento umoristico mutuato dalle sue performance televisive. Quest’anno, come di consueto, si è registrata un’infinita parata di incontri, di presentazioni e di dibattiti. Mi sorprende, e non positivamente, la presenza massiccia di autori non letterari. Moretti, Gifuni, Zalone, Toscani, Venditti, Vecchioni, De Gregori, De André, Ligabue ecc. La scommessa fieristica rischia di trasformarsi in una passerella spettacolarizzata, dove i libri non sono il fine ma un mero mezzo. Prevalgono gli scrittori occasionali, i giornalisti, i comici, i cantanti, i registi. Nella città in cui da trentuno anni si svolge il Gay e Lesbian Film Festival, al Salone del Libro c’è spazio per i diritti Lgtb. Nell’Arena Piemonte hanno ospitato un padiglione gestito dal coordinamento Torino Pride con il presidente della Regione Piemonte Sergio Chiamparino e il sindaco di Torino Piero Fassino. Una volta si aspettava l’uscita dell’ultimo romanzo di Calvino, di Volponi, di Moravia, oggi l’editoria sforna volumi di ogni genere tralasciando la qualità del testo, del linguaggio, del contenuto. In proposito, uno dei libri più illuminanti degli ultimi dieci anni sulla caduta della letteratura di qualità e l’innalzamento di tutto ciò che è passatempo e ricevimento, è stato pubblicato dal critico Franco Brevini. Si intitola Un cerino nel buio (Bollati Boringhieri 2008). Nella quarta di copertina si menzionano i quotidiani inzeppati di gossip e celebritie e una narrativa arrancante dietro ai fumetti e al cinema: il tutto sotto l’imperio delle grandi cerimoniere, la televisione e la rete. Un quadro vorticoso che polarizza le reazioni e aggiorna coppie di opposti vecchie di quarant’anni. Scrive Brevini dell’agonia del modello classico e di una cultura in fase di accelerato smantellamento. “La crisi delle humanae litterae è insomma il lento spegnersi di un solido, luminoso, mobile faro, che va progressivamente perdendo la sua millenaria capacità di illuminare l’uomo all’interno di una società in cui ogni generazione sperimenta un mutamento sempre più veloce e inarrestabile”. C’è un passo dove Brevini afferma una sacrosanta verità: “Le breaking news, il tempo reale, il bello della diretta e l’anticipazione non per nulla sono i miti del muovo giornalismo”. La supremazia è di quel presunto progresso che fa arrivare la notizia direttamente dentro casa. La comunicazione spicciola supera di gran lunga ogni pratica intellettuale anche al Salone del Libro. Ecco quindi che scelta e decisione, cioè i criteri base di ogni forma critica, vengono messi al bando. La letteratura è confronto, crisi, riconoscimento. Oggi si tende sempre di più ad identificare la realtà con il divismo, il sapere con il dire. La monocultura alla quale faceva riferimento Pasolini si è fatta consumo. In uno dei paragrafi di Un cerino nel buio, Franco Brevini parla di società orizzontale: “Il parallelismo tra homo sapiens e homo videns mi pare tutt’altro che casuale”. Annota ancora: “Dietro la crisi dei saperi tradizionali sta l’imponente trasformazione storica, un processo che investe alle radici la società, il principio di autorità e le conseguenti istanze di espressione e di partecipazione del soggetto”. Se nella confusione di un grande contenitore dove la selezione è ancora più difficile che attraverso il materiale cartaceo, il Salone del Libro di Torino non aiuta di certo a compiere le dovute distinzioni, ma anzi aggiunge spezie su spezie in una pietanza ormai dal sapore acidulo.

 Alessandro Moscè

SALONE  

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