LA PAROLA SENZA SIGNIFICATO: IO, IO, IO

La parola nomina, dice e disdice. La parola non semplifica, come afferma il semiologo Silvano Petrosino intervistato su “Avvenire” martedì 26 aprile da Alessandro Zaccuri. Ridurre tutto a numeri, a conti, a formule, a calcoli, limiterebbe, inevitabilmente, la complessità umana. Le lettere sono espressione dell’esperienza, della nostra percezione, del nostro sentire e sapere. Petrosino ha dato alle stampe, lo scorso anno, il volume Il magnifico segno edito da San Paolo Edizioni. Siamo tutti connessi, ma davvero comunichiamo? O semplicemente interagiamo senza anima, senza capire, senza, soprattutto, ascoltare? Messaggi o e-mail, blog, post, tweet, feedback. I nuovi mezzi di comunicazione non consentono di aprirsi verso l’altro, diminuiscono l’uso del linguaggio e quindi della comprensione. La connessione è sempre aperta, ma ciò che conta è lo strumento tecnico, il computer, lo smartphone, il tablet. Il fine è il possesso dell’oggetto, non ciò che diciamo. Segni e immagini, peraltro, non sono parole. Annota Petrosino che “in fondo la filosofia non ha mai fatto che una cosa sola, riflettere sulle parole e sui concetti smascherando i molti luoghi comuni, i preconcetti e spesso le menzogne che si nascondono tra le pieghe dell’ovvio. Nel nostro caso la filosofia può svolgere un’essenziale opera di smascheramento nei confronti di uno dei termini/concetti oggi più usati e in verità abusati: comunicazione”. Gli strumenti digitali, paradossalmente, pur aggiungendo una comodità, tolgono una corrispondenza. Si sta rafforzando una forma di comunicazione nemica della conoscenza, cioè il messaggio fulmineo. Tutto scorre velocemente, troppo velocemente perché ci si soffermi a riflettere. Ciò che è testo finisce per essere scansato perché troppo impegnativo. C’è tempo per il detto e non per il dire. Afferma Petrosino che il libro di Marguerite Yourcenar Le memorie di Adriano è un capolavoro anche perché, mentre racconta le memorie, racconta o narra l’atto stesso del narrare. Il metaracconto sta scomparendo, così come il romanzo. La poesia non esiste più come prodotto editoriale. Eppure la parola è indispensabile. E’ vita, è realtà. Oggi siamo arrivati al punto che un uomo e una donna si lasciano con un laconico commento su Whatsapp, senza spiegazioni né per sé, né per l’altro. La parola, viceversa, ha bisogno di un volto, di due occhi, di una voce, ma viene cancellata dallo short message. Su “Avvenire”, il 21 marzo 2015, Silvano Petrosino ha puntualizzato: “Oggi sembra che tutti vogliano parlare, continuamente parlare, come se desiderassero ardentemente entrare in contatto con l’altro, ma non perché si sia interessati all’altro, o al contenuto che si afferma di volergli comunicare, quanto piuttosto perché si è interessati a sé, trionfo di quella funzione fàtica che si esprime con insistenza in quel detto che in verità è la negazione stessa di ogni autentico dire. Tale detto, come un mantra, non si stanca di ripetere «eccomi, sono io, ci sono, esisto, seguimi, guardami, non distrarti, non perdermi di vista, non interrompere il contatto con me, sono qui, ora vado lì, tra un po’ sarò lì, poi mi troverai là ecc». Ci si rivolge a lui parlando di lui, ma proprio nel far questo in verità non si smette un istante di parlare di sé”. La parola esce dunque sconfitta, perché la visione semplicistica del suo significato fa risparmiare tempo. Guai a fermarsi, e guai a rinunciare all’ipertrofia dell’io che i mezzi di comunicazione esaltano. Io, io, io per non dire alcunché. Il tu è distante, distaccato, separato. Inerte.

Alessandro Moscè

ilpoteredelleparole

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