VALENTINO ZEICHEN L’ELEGANTE NEOMARZIALE

Il mondo della cultura romana si mobilita. Valentino Zeichen è ricoverato in ospedale dopo essere stato colpito da ictus e ha bisogno di cure. La sua storica baracca in cui vive sulla via Flaminia è stata forzata e il poeta rischia di non avere più un tetto, quando verrà dimesso. In questi giorni si è tornati spesso a parlare della sua opera. Valentino Zeichen è un acuto osservatore di ciò che non vede. Scruta il mondo da una specola singolarissima, ha scritto di lui Giulio Ferroni, ravvisando la capacità di captare mondi scomparsi, storie del Seicento, corti, salotti, glorie sociali, eroismi militari. Zeichen riproduce un “fresco infinito”, una partitura che transita in un’aria di apoteosi, ma anche dentro i perturbamenti atmosferici e le inquietudini umane. L’unione ideale tra aspetti vitali apparentemente inconciliabili o non rapportabili in una significazione consequenziale, dimostra come gli artifici e le combinazioni assumono una valenza non effimera. Il poeta commenta, riflette con nonchalance, ricrea un ambiente, una tattica, una tecnica, un posizionamento. La perizia che soggiace agli eventi è anche il senso che permea l’impostazione generale della poesia legata ad impressioni e constatazioni in serie. Ogni cosa a ogni cosa ha detto addio (2000) è una delle più belle raccolte di Zeichen. Il tributo a Roma, città eterna, si dipana lungo strade e monumenti. Il luogo è aperto per una continua sosta, per un andare e un non fermarsi. Le curiosità forniscono un’identità storica non solo come volto visibile, ma anche come noumeno dietro l’immagine, come anima nascosta. Le rovine e le fontane, il tessuto urbano e il tempo memorabile che fa da sfondo, elargiscono un lumeggiare tra i reperti nelle visite accurate, tra invenzioni singolari e riferimenti recuperati ad una coscienza sopita (“Lungo il Muro Torto / per dove si estende l’odierna Villa Borghese / c’era una fossa comune, / cimitero di senza nome”). La colonna Aureliana, Piazza del Popolo, il Gianicolo e altri luoghi fotografati appaiono come miraggi, occasioni da non perdere. Il poeta, metaforicamente, prende in mano il calco di Roma, lo studia, lo fa suo. Neomarziale (2006) si ispira ad uno dei modelli preferiti di Zeichen, appunto Marziale, un poeta epigrammatico, elegante, comico, satirico, con una formulazione che attinge ai pregi e ai difetti dell’umanità. Il neomarziale recupera questa attitudine, questa volontà di prendere le cose con un apparente distacco, con una leggerezza che mette a nudo. Zeichen sa proprio denudare l’umana tendenza a nascondere, a velare, a simulare, come il poeta latino pretendeva di intervenire sulle cose e di comunicare le sue impressioni con uno slancio evocativo. E in questi versi entrano gli amici di sempre, i riti, la vita del libertino che esorcizza il male, ma anche una “poetica minimale”, come la definisce Biancamaria Frabotta: “Neanche sveglia, / la mia fidanzata / è già ammutolita; / mentre io cucino / e lavo i piatti, / faccio la spesa ed altro. / Lei vorrebbe che la sposassi, / le faccio osservare / che non sta bene chiedere / la mano del cameriere”. L’amore è un gesto senza doveri, un’interlocuzione occasionale, una configurazione che mette in scena un teatro interiore, uno scioglimento di nodi nei dubbi e nelle perplessità. Il poeta capta ciò che sembra essere sempre un punto da colpire. Dal passato di Marziale arriva un invito a ripetere un’epoca gloriosa. Zeichen, in effetti, sembra provenire da un altro tempo e da un altro luogo. Quando ci parlo mi dà l’impressione di un militare austriaco o ungherese, ma senza elmetto. Un passeggiatore con le nuvole in tasca, con un cielo tra le mani. Valentino Zeichen ama il calcio e spesso abbiamo condiviso la passione per le gesta di Bruno Giordano, ex centravanti della Lazio che fece un goal straordinario alla Juventus nel 1977. Il poeta ha anche dedicato una poesia al giocatore paragonandolo al gladiatore romano che si distinse durante i giochi “per l’incoronazione dei titoli di Augusto”. Ridiamo, constatando che il calcio di oggi non diverte più. Non ci sono campioni arguti, maliziosi, ispirati. Negli anni Settanta era tutta un’altra cosa. In bocca al lupo, Valentino.

Alessandro Moscè

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