LA NOSTALGIA DI ALBERTO MORAVIA

La lettura delle interviste ad Alberto Moravia fa capire cosa significa essere guarito da una malattia. “Sono nato sano e la mia famiglia era normale. Semmai l’anormale ero io. Anormale perché ero troppo sensibile. Io non credo che tutti siano sensibili allo stesso modo. Ci sono bambini tonti, ottusi, insensibili. Ci sono quelli che sono molto sensibili. Quelli ipersensibili possono diventare dei disadattati, ma possono anche diventare degli artisti”, ha dichiarato lo scrittore ad Alain Elkann in Vita di Moravia (Bompiani 1990). Alla componente endogena si unisce la malattia fisica e morale. Moravia nasce a Roma nel 1907 da una famiglia borghese. La sua infanzia è oppressa da una tubercolosi ossea che lo costringe ad abbandonare la scuola e a trascorrere lunghi periodi in sanatori montani, dove ha l’opportunità di formarsi da autodidatta attraverso le importanti letture e la meditazione forzata. Lamenterà sempre una gamba più debole dell’altra a seguito della malattia (e anche di un incidente) e di soffrirne molto. Ma la malattia corrobora soprattutto l’occasione per pensare alla sanità fisica. Riferisce ad Elkann: “Bisogna dire che recuperare è molto diverso dall’aver sempre avuto, da non aver mai perduto”. E’ inevitabile la malattia, una condanna psicologica per l’ipersensibile. Dice ancora Moravia: “In quel tempo della mia vita mi vergognavo di tante cose. Mi vergognavo quando mio padre sbuffava perché la carrozzella era in ritardo. Mi sono vergognato quando un bidello mi ha preso sulle braccia per portarmi nell’aula dell’esame. Ma soprattutto mi vergognavo di farmi vedere malato in mezzo a tanta gente sana”. Era nevrotico e diventò un “uomo interiore”. La sua rivolta la espresse attraverso la scrittura, come il disagio oscillante tra sensibilità e salute. Sarà sempre l’irrisolta condizione di malato a persuaderlo. Ancora da Vita di Moravia: “Andò a finire che in qualche modo mi affezionai al letto e alla malattia. In seguito, quando ero guarito e sono tornato a Roma, ogni tanto mi mettevo a letto. Avevo nostalgia della malattia. Sono stato malato psicologicamente per molti anni, dopo la guarigione. Ho recuperato la salute mentale che avevo avuto prima della malattia soltanto molto tardi e naturalmente non è stata la stessa salute, ingenua e disarmata, ma qualche cosa di meno unidimensionale e di più complicato”. La guarigione dura per sempre, come l’adolescenza. Reclama attenzione e dà ancora voce alla malattia. Chi, come Moravia, guarisce da un grave male, rimane un convalescente. Prova nostalgia per le attenzioni che gli riservavano, per le cure amorevoli della famiglia, dei medici, delle infermiere. Il destino gli dà una sensazione di indeterminatezza inesplicabile. Sia perché teme che la malattia si possa ripresentare, sia perché sa che solo un destino imperscrutabile gli ha concesso la guarigione. La nascita e la morte: oggi un’ondata insana di superficialità fa credere che l’uomo sia padrone di sé. Mai come adesso si parla di morte solo in seguito ad una sciagura, perché la morte è spettacolo e sensazione, non più un evento terminale nel ciclo della vita. Per Alberto Moravia la morte scaturisce da un incidente, da ciò che succede solo per l’intervento di un agente esterno che l’ha provocato. Si pensi alle sciagure aeree o ai delitti in famiglia. Il tempo non è più decretato da un cerchio ripetitivo che dalla nascita conduce inevitabilmente alla morte. L’ovvietà viene repressa da una “cultura della messaggeria”. Brevi comunicazioni, spot, cenni per lo più inclini al male e che fanno il verso alla fiction. L’esistenza è diventata una corsa contro il tempo, una sfida indomita alle regole del tempo. Il tempo si erge a grande ordinatore. Non lo si può contrastare, si è costretti a misurarlo. Scandisce la nascita e la morte, le età. Proietta l’uomo a stretto contatto con le abitudini, con il dovere. Il tempo è organizzato, ma non siamo capaci di esaurirlo. Se il tempo fuori del tempo (il surrogato del tempo reale), ci impone una volontà di resistenza e di adeguamento, la credenza può diventare quella che supponeva Moravia con una provocazione: “Se si stesse ben attenti, non si morirebbe mai”.

Alessandro Moscè

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