LA SCOPERTA DELL’ALTRO CHE NON CONOSCIAMO

Se è vero che il mondo virtuale rischia di contagiare ossessivamente gli individui i quali ne possono diventare addirittura dipendenti (la chiamano “bulimia da schermo”), è altresì vero che le parole scritte sono destinate a rimanere e spesso sono rivelatrici di qualcosa che non si riesce a dire a voce. Specie nell’ambito dei sentimenti umani il web aiuta, perché in fondo nasconde gli occhi e permette di celarsi dietro una sorta di protezione. Quante volte troviamo sulle bacheche frasi, slogan, poesie, affermazioni che non riusciamo a captare nell’immediato, ma che rappresentano messaggi subliminali, sfoghi, inviti ad un destinatario che ha un nome e un cognome, un’identità ben precisa? E’ un po’ come succede con i “Baci” Perugina: l’aforisma ci indica un sentiero, un pensiero non detto a tu per tu, ma appunto scritto. Ciò che non avevamo afferrato, o volontariamente negato, ci insinua quantomeno un dubbio interpretativo. Facebook e le chat sono un diario personale dove convogliare la segretezza perché venga resa pubblica, perché chi vuol capire capisca. Insomma, l’emotività è insita nelle parole da leggere, cioè quelle che non escono dalla bocca, ma che sono sottolineate attraverso un computer, un tablet, o di questi tempi, soprattutto in uno smartphone. Al punto tale che il virtuale può addirittura scindere le persone e condurle ad una ricerca esasperata di sé e degli altri. Basta leggere il romanzo di Elena Stancanelli La femmina nuda (La nave di Teseo 2016). Nell’immaginazione si annida una doppia vita, una doppia identità. Scrive Anna, la protagonista che sa di essere tradita: “Immaginavo che avesse un account Facebook per lavoro, per scherzare con gli amici. Non so perché pensassi una cosa così stupida dal momento che nessuno sopra i quarant’anni usa Facebook per lavoro o per divertirsi. Lo usano tutti per trescare”. Con un’applicazione del telefono Anna segue Davide e il suo pallino blu che si geolocalizza a casa dell’altra, che si chiama Cane, perché è così stupida e priva di fantasia da aver dato al suo cane il nome Cane. Li immagina fare sesso continuamente. In seguito trova le foto di lei nuda mandate a Davide. Ovviamente pensa che con questa donna il sesso sia meraviglioso e impagabile. Crea un account Facebook falso e le chiede l’amicizia. Per conoscerla, per odiarla meglio. Con più precisione. E le fa male tutto, leggere i loro messaggi, guardare le foto, ma non smette. La fase lurking, nel lutto moderno e con l’avvento dei social, è una delle più faticose da superare. Per inciso, il lurker è una persona che frequenta una comunità virtuale e ne legge con grande attenzione i messaggi, ma non ne scrive o non ne invia mai di propri. C’è anche il rovescio della medaglia, il limite della sottomissione involontaria alla virtualità. Nel 2011 l’editore Cortina ha pubblicato il saggio di Nicholas Carr che racchiude un interrogativo brutale: Internet ci rende stupidi? Ogni giorno navighiamo passando da un sito all’altro a caccia di notizie, del cosiddetto short message per lo più cronachistico. Ci alziamo e controlliamo la nostra casella di posta elettronica. Mandiamo sms e con il telefonino ci colleghiamo a whatsapp. La rete rende più rapido il lavoro e più stimolante il tempo libero, ma mentre ci informiamo non approfondiamo mai nulla. Abituati a scorrere freneticamente dati tratti dalle fonti, spesso non verificate nella loro attendibilità, siamo diventati superficiali. La rete ci sta riprogrammando a sua immagine e somiglianza, arrivando a plasmare perfino la nostra stessa attività cerebrale, non solo il nostro comunicare. Con stile asciutto e incisivo, lontano sia dagli entusiasmi degli adepti del cyberspazio sia dai toni apocalittici dei profeti di sventura, Nicholas Carr ci invita a considerare come l’uso distratto dei frammenti di informazione ci sottragga ogni giorno il ragionamento e l’interazione vis-à-vis. L’altro dovrebbe avere occhi, sorrisi, espressione, voce. Cioè una fisicità. Altrimenti non lo riconosceremo mai, chiuso come una lumaca nel suo guscio resistente.

Alessandro Moscè

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