EDOARDO ALBINATI: IL ROMANZO DEGLI ANNI SETTANTA E’ IL LIBRO DELL’ANNO

Edoardo Albinati (Roma, 1956, da oltre vent’anni lavora come insegnante nel carcere di Rebibbia) ha dato alle stampe un romanzo borghese, ma lo ha fatto non esclusivamente sotto forma di scrittura letteraria, secondo la tipologia di un modello prefigurato che sembra stia esaurendo il suo obiettivo se confrontato con il genere della prosa prima legato all’epos quindi alla dissertazione storica e sentimentale, o al romanzo di formazione (“I romanzi vivono di ciò che non esiste più, è sparito o presto sparirà”, annota in proposito l’autore). Infatti Albinati, in questo caso narratore di idee, si è prodigato in una somma di opinioni ben corroborate per un libro sociologico e marcatamente psicologico, un vero e proprio trattato sugli anni Settanta, con le sue contraddizioni, compresi gli orrori culminati, in un esempio lampante di corruzione che deborda, nel delitto del Circeo, avvenuto sul litorale pontino nel settembre 1975 (anno basico), che costituisce, a tutt’oggi, uno degli episodi più efferati dell’Italia del benessere (“Grazie a quel delitto senza precedenti si era scoperto che sotto l’aspetto del ragazzo perbene poteva nascondersi un assassino, e non vi era modo di identificarlo in anticipo”). Donatella Colasanti di 17 anni e Rosaria Lopez di 19 anni, due amiche residenti nella capitale, furono invitate ad una festa da Gianni Guido, Angelo Izzo e Andrea Ghira  a Villa Moresca, proprietà della famiglia di quest’ultimo, situata sul promontorio del Circeo, in zona Punta Rossa a sud di Roma, vicino Latina. La scuola cattolica (Rizzoli 2016) è il romanzo ambivalente e ossimorico dell’educazione e dell’inciviltà, del ritegno e della maledizione, del bene e del male incarnati nei giovani di una scuola. Ed è vero che è un libro che nella nostra cultura mancava. Lo si legge anche come un ritaglio sferzante della Roma dei liberi professionisti, dei faccendieri, della capitale del mondo che nascondeva a malapena la sua vocazione nei volti artefatti di insegnanti e alunni del San Leone Magno, la scuola privata, la scuola dei preti ubicata nel Quartiere Trieste, in cui le coordinate spazio-temporali ci consegnano un luogo anomalo, irrequieto, falsificato. L’istituto è tuttora ubicato sulla Nomentana, lungo l’asse alberato all’altezza della Basilica di Santa Costanza (“Proprio qui, nel Quartiere Trieste, in quegli anni si concentrò il più gran numero di omicidi gratuiti, attentati e agguati politici, uccisioni premeditate e per errore, cacce all’uomo, rappresaglie”). In questo ambiente residenziale dei borghesi e della classe media, i figli conoscono e praticano la trasgressione più che la competizione, il cinismo più che l’obbedienza. Albinati trasmigra dal suo animo in quello degli altri per un sentire comune, per un agire collettivo, seppur competitivo. I maschi e le femmine, innanzitutto, nascondono verità negate, sia perché la scuola dei preti si compone di soli maschi, sia perché la femmina è un oggetto sensuale e irraggiungibile. Ma la verità va raccontata, interpretata, capita. E’ stato detto che La scuola cattolica è uno dei libri dell’anno. Lo ritengo “il libro dell’anno”. Non a caso candidato al Premio Strega, si compone di ben 1294 pagine. Un’enormità, un poderoso volume dove all’azione corrisponde immediatamente non una reazione, ma una spiegazione. I protagonisti del romanzo di Edoardo Albinati sono come quei coleotteri messi sotto la lente d’ingrandimento affinché le loro parti anatomiche risaltino meglio, siano un involucro e una fibra da analizzare in una specie di autopsia medica. Il romanzo dà un senso all’emotività irrefrenabile, l’esatto opposto della ragione assennata. Sviluppa una metastatica esplosione di sentimenti (e quindi risentimenti) per l’aspirazione del borghese ad essere altro, a salire di grado, a non perdere una posizione di rendita, uno status symbol, per non scivolare nell’angoscia, nell’invidia, nella disperazione, nel rimorso, nella perversione, nell’infamia. Scrive Albinati: “Tutto dev’essere posto sotto controllo, in sicurezza, regolato e misurato secondo principi economici. La terra, il cielo, l’amore, l’aria, i gesti, le reliquie del passato, il susseguirsi dei giorni, gli stessi svaghi e divertimenti devono essere redditizi, altrimenti non hanno senso”. I ragazzi, come accennato, non seguono l’impronta genitoriale. Cercano l’approvazione dei propri simili e pur di ritagliarsi un riconoscimento sono pronti a sopraffare l’altro, ad infliggergli dei soprusi (“Si desidera ciò che segretamente si teme; si teme ciò a cui inconsapevolmente si aspira”). Nella pratica quotidiana del giovane che cresce, l’incapacità a rapportarsi con l’altro sesso obbliga alla conquista. Il sesso assume quindi un carattere ossessivo, oltre ogni timidezza o dichiarazione d’amore. Così come, ossessiva, è la domanda su Dio, sull’uomo buono, sulla fede, sulla differenza tra credere e non credere, che attanaglia ancora oggi. “Si preferisce un uomo buono senza fede oppure uno cattivo che nutre una fede ardente?”. E ancora: “Invece che rendermi più mite, la morte di Gesù, quando ero un ragazzino, mi faceva venir voglia di vendicarlo. Altro che perdono. Volevo una rappresaglia”. Ma è la donna il culmine della tensione maschile, più dell’amicizia e della lotta politica. O meglio la sessualità femminile in qualunque modo si esprima, sia che la femmina rifiuti il rapporto, sia che si conceda con eccessiva disinvoltura. “Castità e sregolatezza erotica appaiono altrettanto sgradevoli e temibili, due atteggiamenti devianti. Non si può sopportare che una donna sia ostile al sesso o ne sia maniaca”. I maschi si confrontano attraverso il turpiloquio, “l’automatismo verbale e mentale”. Il linguaggio è gergo, arbitrario come la crudeltà. “Che cos’è che cercavamo? Che cosa cercavano tutti allora, e tuttora cercano, mi sembra, cercano, cercano ancora? A parte la giustizia, un‘idea così generica da contemplare versioni di segno opposto, credo che ciascun individuo con tutte le sue forze cercasse: Riconoscimento, Accettazione, Indulgenza, Approvazione, Riscatto”. Ecco che dopo una riunione al bar si poteva decidere di uscire per ammazzare. Si doveva amministrare la quotidianità in modo spiccio e nel disegno dei liceali era spesso contemplata la parola uccidere, sia tra gli esponenti della destra che della sinistra, fuori dagli schieramenti di partito, perché tutti giudicavano tutti e tutti condannavano da un avamposto extraparlamentare. I giovani erano, appunto, di destra o di sinistra. Pochissimi si sottraevano da questi due poli. Ma in fondo è l’equilibrio apparente del borghese che tona a galla, il suo risparmio, il suo ordine sociale, la sua moralità, la sua sicurezza: tutto ciò che non può essere garantito definitivamente. Il delitto del Circeo si inserisce in questa ottica, perché riguarda una classe sociale precisa. “Qualcuno li aveva incaricati, legittimati? O avevano creduto che qualcuno li incaricasse, e si sentivano i suoi esecutori, i suoi paladini? Si può commissionare a qualcuno un delitto o incitare a molti delitti senza mai farlo apertamente?”. Il delitto del Circeo torna a più riprese, con sfumature, aggiunte, considerazioni, ipotesi suffragate dal contesto storico nel quale si inserisce in misura dirompente. Quel massacro è uno spartiacque che costrinse la gente a barricarsi dentro casa, snervata dal pensiero di cosa avrebbero fatti gli altri, di chi fossero gli altri, dal vicino di casa allo studente incontrato all’incrocio di una via con i libri sotto braccio. Era questo un sentimento nuovo nel Quartiere Trieste: l’ansia generica sullo stare al mondo, il terrore da decifrare e da neutralizzare. Edoardo Albinati oggi si riaffaccia nel quartiere dove è vissuto tanti anni, in un ambiente pacifico, mediocre, “il teatro perfetto dove non far accadere nulla”. Un quartiere come altri, dove la politica degli anni Settanta rastrellava i suoi adepti. Piazza Euclide e piazzale delle Muse, ad esempio, ma non Piazza Ungheria, troppo centrale e troppo civile. Luoghi privi di storia, anonimi, grigi. ”Forse per questo il Quartiere Trieste (con il diminutivo QT) è stato la palestra preferita della violenza politica: perché esattamente come una palestra era vuoto, sgombro di reminescenze”. L’ultimo aspetto che colpisce è la posizione assunta dallo scrittore in prima persona. La scuola cattolica toglie il lettore dall’impaccio di dover classificare Albinati come un osservatore neutro, per quanto iscritto ad un movimento di sinistra e solo durante l’ultimo anno del liceo al Giulio Cesare. Nella scrittura a secco, mobile, analitica, dai molteplici punti di vista spesso interscambiabili, Albinati dice egli stesso di essere uno “spirito purgatoriale”. Non aderisce mai del tutto, resta disincantato e acuto, dubbioso e pungente. Scrive di un decennio di rottura ricondotto a motivazioni tutt’altro che elementari. Lontano da un intento di ricostruzione rivoluzionaria, avverte il presente come un insieme di concause mai liquidate dal passato, che hanno agito nel tempo e si sono sedimentate. Il libro si apre con un trauma collettivo, così come si chiude. Nel rito cruento del massacro del Circeo è racchiuso l’enigma della storia, una fuga da ciò che si può spiegare e scongiurare esaurientemente. Non sempre si riesce a vedere chiaro nella disperazione dell’indistinto, del morboso, del bestiale. E quel vago presentimento di follia sopita è anche la carica senza dogmi che rende universale l’esistenza di un quartiere.

Alessandro Moscè

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