L’ECO POETICO NELLA TESTUALITA’ DI LUCA CARBONI

Luca Carboni è uno dei cantautori più melodici e lirici nel panorama odierno sin dal lontano 1984, anno del suo esordio con l’album … Intanto Dustin Hoffman non sbaglia un film, ma anche uno dei più complessi da incasellare tra la misura e il confine della produzione italiana, in quell’estesa costellazione di nomi di primo piano riconosciuti specie dalla generazione nata negli anni Sessanta. La testualità di Luca Carboni nasce dal candore di un sentimento tanto autentico quanto rivelato senza artifici, scevro dai farraginosi stratagemmi compositivi, ma con la levità del “cantastorie affettivo” che impone una voce roca e delicata. Affettivo in quanto dotato di quel trasporto e di quel coinvolgimento emotivo che ne fanno uno scrittore di versi per canzoni sussurrate al pubblico confidenzialmente, con una poeticità che si fonda sul senso espressivo dell’incontro specie amoroso. Nei testi di Luca Carboni non figura quasi mai una tensione sociale, ideologica, né un impulso di tipo civile, popolare per antonomasia tra i cantautori affermatisi negli anni Settanta. L’impegno viene circoscritto dentro i canoni di un dialogo tenero, carezzevole tra uomo e donna, in un input confessionale come parametro d’interpretazione dei nostri giorni, spesso falsificati da rivoluzioni consumistiche, da una reazione scomposta al potere precostituito, da un intellettualismo di maniera tanto radicale quanto ripetitivo e materialista. Luca Carboni ha scelto una strada ben precisa: impostare una dimestichezza familiare tra soggetto e soggetto, un’affabilità tra giovani e adulti in cui sceglie la “verità della parola” semplice, diretta, intelligibile, che lo ha tra l’altro portato a collaborare, negli anni, con Ron, Lucio Dalla, Gaetano Curreri, Jovanotti, Miguel Bosè, Alice, Tiziano Ferro, Elisa, Ligabue, Biagio Antonacci, Franco Battiato, Pino Daniele ecc. per una vicendevole contaminazione stilistica e per un stimolo al confronto mediante alcuni duetti.
Nel 1987 viene pubblicato il terzo album dal titolo Luca Carboni ed esplode il successo. Un disco di straordinario impatto con il pubblico, definito della “prima maturità”, che contiene due canzoni entrate di diritto nella storia cantautorale dell’ultimo trentennio: Silvia lo sai e Farfallina. Vende 700.000 copie. La parola, stavolta, aderisce sempre al linguaggio della coscienza, del privato, dove non si avverte mai una finzione scenica, ma la necessità di un’interlocuzione fluttuante e leale. E’ l’album dell’età in cui esplodono i conflitti interiori che spesso rimangono in gola, che i giovani non riescono ad esternare come vorrebbero, disfacendoli in un mesto silenzio. Testo e musica si uniscono in una polimorfa concentrazione, in una miniatura poetica dove ci si apre ad uno spaccato di vita collettiva, alla speranza di svelare un’identità contemporanea, pur tra dissidi e illusioni che incarnano confusamente gli anni Ottanta. Scrive Luca Carboni in Silvia lo sai: “La maglia del Bologna sette giorni su sette / pochi passaggi molti dribbling molti vetri spaccati / un Dio cattivo e noioso preso andando a dottrina / come un arbitro severo fischiava tutti i perché / dire fare baciare / occhio questa è la palla che ci può salvare…”. Il protagonista è dilaniato dal pericolo incombente della droga che ha annientato un amico. Il mondo appare nucleato in un amore, ma anche in un corpo umano, nei gesti eloquenti dei ragazzi, nella mobilità adolescenziale e nel tempo del sogno spezzato. Il disincanto viene contagiato da un dramma individuale, dalla soglia dell’angoscia, da qualcosa di nefasto che toglie la serenità adolescenziale, forse per sempre. Si tratta di un caso paradigmatico che quindi non può essere inquadrato con noncuranza per nascondere le ferite degli anni Ottanta, dove episodi analoghi, nel consumo di eroina, hanno stroncato molti giovani nel giro di una notte. Caro Gesù è una bellissima preghiera, un’invocazione, dove per la prima volta entra anche l’elemento religioso, sacrale e laico insieme, e un certo tipo di educazione ricevuta da bambino. “Caro Gesù da quanto è che non venivo qui da te / c’erano ancora le candele di cera / e non queste con l’elettricità / mi piaceva l’odore e mi piaceva pensare / che venisse dagli scialli delle signore…”. I soldi, il business, la svolta epocale del boom economico arrivato anche nelle città di provincia, non rassicurano, ma creano, di converso, un’insana competizione che Luca Carboni ha sempre stigmatizzato come aspetto centrale di molti componimenti, quasi a voler dissacrare l’apparenza, la forza di gravità della massa stereotipata. Il linguaggio contiene cesure, passaggi immediati dalla descrizione narrativa alla riflessività tardo-adolescenziale come atto di distacco da un pensiero recalcitrante, dove l’appello al Gesù della chiesa allude al ritorno purificatore di un’innocenza infantile, oltre che ad un bisogno simbolico. Si capisce che specialmente Lucio Battisti, Lucio Dalla e Francesco De Gregori sono affini a Luca Carboni. Si pensi al riuscito motivo sul “pescatore Giorgio” che fa del suo vivere visto da lontano il sunto di un desiderio di mezza età nel brano Lungomare. Gli autobus di notte, canzone struggente, determina la “vecchiaia” degli oggetti ai quali viene conferita un’anima. L’istante focalizza un canto epico per tutto ciò che è destinato a morire preceduto dal deperimento. L’inquietudine della perdita fa pensare a Umberto Saba, poeta tra i preferiti di Luca Carboni, che avverte la dissipazione decretata dal tempo nello spazio conchiuso, in un luogo mitografico. Farfallina è la canzone della solitudine: ispirata, inserisce gli innamorati in una mitoquotidianità dolce e remissiva, in una rêverie che smaterializza i corpi e li rende un refolo d’aria, un ascolto e un singhiozzo, un’eccessiva disperazione, tipica dei ventenni che cercano solidarietà in una rifrazione di purezza. Emerge un andamento tachicardico, transitivo: “Un fiore in bocca può servire / non ci giurerei / ma dove voli farfallina non vedi che son qui / come un fiore come un prato / fossi in te mi appoggerei / per raccontarmi per esempio come vivi tu…”. La foggia lieve rimanda allo stesso Jacques Prévert (poeta ben assimilato), allo slancio di libertà, così come al canto che innalza la passione, senza cadere in un sentimentalismo retorico e slabbrato. L’evocazione viene disarcionata dal presente e diventa un inno mitizzato, un senso ultimo nella sua colloquialità che illumina la partecipazione dell’io che parla per sé e per gli altri.
Nel 1989 esce Persone silenziose, album in cui Luca Carboni recupera pienamente tutta la sua verve intimista, malinconica e confessionale. In questa occasione viene resa pubblica, attraverso varie interviste, la propensione letteraria, il bisogno di raccontare, la dotazione di centinaia di quaderni con annotazioni in cui la sensibilità e il tono romantico servono da apripista per la composizione dei testi musicali. Il brano di apertura è Persone silenziose: “Di persone silenziose / ce ne sono eccome / sono timide presenze / nascoste tra la gente / ma il silenzio fa rumore / e gli occhi hanno un amplificatore…”. La condizione dell’uomo alla fine del secondo millennio porge il cantautore in ascolto di occhi perché “nell’anima c’è sempre molto da fare”, cogliendo, ancora una volta, un pensiero non incandescente ed esibito, ma un incanto pudico, che incombe nella zona più profonda e vincolante della persona. Luca Carboni sembrerebbe una specie di antimodernista, un umanista che guarda in controluce le categorie dello spirito. Il silenzio guida nella strada maestra, in una premonizione oltre molte grida mediatiche nella grancassa dei mezzi di comunicazione. In I ragazzi che si amano viene citato Prévert: “I ragazzi che si amano non hanno tempo / e non ci sono per nessuno”, ma il brano che mette in salvo il riserbo, il ricordo, la litania del passato, è Primavera. “Mi emoziono sentendo passare di nuovo / i motorini truccati e le autoradio veloci / il profumo dei tigli mischiato ad un altro più strano / mi fa ricordare che da bambino sognavo di fare il benzinaio”. Tra colori e odori catturati dal flâneur, viene tracciato il pathos per un’epoca incorruttibile dalla postazione cosmopolita e provinciale. Bologna è un borgo preciso e un ignoto senza limiti, ma pur sempre il luogo per eccellenza venato di sensualità. La condizione di isolamento aggancia un elemento sensoriale, che in parte ritroviamo nella canzone Estranei: “Ecco due storie che si incontrano qui / due bimbi di chissà quali cortili / padre e madre di chissà quali figli / due figli di chissà quali pensieri…”. I disegni della copertina sono realizzati dallo stesso cantautore: volti stilizzati a metà tra il modello De Chirico e un ipotetico Modigliani. Facce allungate, deformate, visionarie, con inquadrature asimmetriche e dai volumi nitidi. Si evince anche una tensione metafisica nei contorni netti e nelle linee nere, in un chiaro/scuro elementare di ominidi provenienti da mondi surreali in una fascinazione vagamente dadaista.
Nel 1992 è la volta di Carboni, che contiene la notissima canzone Ci vuole un fisico bestiale. Di quest’album verrà venduto un milione di copie. “… ci vuole un fisico bestiale / per stare nel mondo dei grandi / e poi trovarsi a certe cene con tipi furbi ed arroganti…”. Il monologo determina, stavolta, una direzione contraria al silenzio, una sollecitazione sarcastica abbracciata ad un atto di fede contro il soffocamento della “vita agonistica” che spesso conduce a brucianti fallimenti. Una mutilazione personale di quel tono intimo che ben conoscevamo, induce al nuovo inno della generazione che ormai sta crescendo e deve fare i conti con l’eterogeneo, ambiguo “mondo dei grandi”. La trasparenza vuota del presente porta anche all’altro successo, Mare mare: “… mare mare mare / avevo voglia di abbracciare tutte / quante voi ragazze belle del mare / mare mare mare / poi lo so che torno sempre / a naufragare qui…”. Anche in questo caso il senso di alienazione assume un carattere di intermittenza, di fuga dal chiasso, dalla confusione. Tra il detto e il non detto le parole crescono solenni, oracolari. Le immagini di Luca Carboni registrano una successione di figurazioni dove tempo e luogo fanno da apripista in una poeticità dall’insorgenza emotiva, tonale. Torna Bologna, la città “piccola-patria”. Il brano La mia città è un riconoscimento esplicito ad un ambiente di percettibili sfumature, di visitazioni lievi, svagate, cantabili, ma anche soffocanti. “La mia città senza pietà la mia città / ma com’è bella la mattina / quando si sveglia quando si accende / e ricominciano i rumori promette tante cose…”. Affiora l’ammonimento nella presenza delle guardie giurate, degli antifurti, delle sbarre alle finestre, della povertà coperta dagli spot pubblicitari. Il cantautore non si limita a descrivere i suoi posti prediletti, ma delinea una distanza incolmabile rispetto ad ogni artificio, un messaggio capovolto, non in sintonia con le abitudini migliori. Il risentimento è uno sguardo doppio, storico e impersonale. Nella sprezzatura dei testi, al luogo si fonde il tempo, come nella canzone Tempo che passi: “Tempo che passi come una ruspa / sul mondo e sulla mia pelle / tempo che non mi lasci il tempo / di capirci un bel niente / tempo che non hai pietà / ridi di noi soli e imperfetti…”.
L’album Carboni fu accompagnato da un libricino, Canzoni & confusioni, dove Luca Carboni sentì l’esigenza di postare i suoi pensieri. La diade tempo/luogo si manifesta con nettezza. Il tempo del Sessantotto, per esempio, quando i ragazzi con il volto coperto a metà tiravano i sampietrini alla polizia; il tempo che fa sentire adulti da un giorno all’altro; il tempo dei tramonti e della contemplazione; il tempo dell’amore, anche di un solo giorno. E quindi il luogo, in cui “Bologna è uno sforzo, un colpo di reni”, un ballerino e una discoteca, un viale e uno studente di Bari; il luogo dei grilli e delle cicale; il luogo della campagna dove “le voci volano” e “il vento ha pochi ostacoli”; il tempo dell’“ombra nera dei castagni”. Lo scrittore opta per una soluzione tersa in cui i testi hanno una misura variabile e permeata da un’intensità breve, tra barlumi di cose viste e rivisitate teneramente e causticamente.
Nel 2001 esce LU*CA. Le canzoni sono rivolte al figlio, tranne Voglia di piangere, in memoria della madre; I problemi della gente, sul disagio sociale; Stellina (dei cantautori), scritta per la scomparsa del produttore Renzo Cremonini. Il primo singolo è Mi ami davvero, dichiarazione d’amore e controaltare ai malcostumi del tempo, brano che porta l’album in testa alle classifiche di vendita. Prosegue l’ascolto sincero del mondo celebrato in un rapporto di amore e fraternità, un salvacondotto addirittura francescano, con una pietra angolare sulla piccolezza degli eventi e sull’infinitamente grande dell’universo. La vita sensibile di Luca Carboni raccoglie il lutto per la perdita della madre e Voglia di piangere si situa sul crinale di una coscienza minacciata nella determinazione di un tempo che purtroppo non tornerà più: “… questo misto di niente di mistero di pensieri e di parole / ho bisogno di piangere / lacrime di comunicazione / ho voglia di piangere ho voglia di piangere / adesso ho voglia di piangere / di essere me stesso davanti a te…”. Parole schiette, perentorie sulla transitorietà del tempo, così come in Stellina (dei cantautori): “Stellina dei cantautori stellina di tutta la gente / stellina delle canzoni che volano per sempre / puntino con tante punte che tremi nel cielo infinito / e che quasi quasi mi sembra di toccare con un dito…”. Il contenitore sapienziale si indirizza non solo verso il “tu”, ma anche verso un immaginifico “altrove” dilatando lo sguardo, l’orizzonte dell’esperienza e del destino. La compartecipazione del cantautore è nella totalità delle cose, custode di un mistero mercuriale tra spazio e tempo. La retrospettiva di queste canzoni nasce per l’ennesima volta da un’indagine interiore, nell’arazzo dell’amore, epico, indissolubile, specie per il figlio che dona un senso di compiutezza all’uomo ormai sulla soglia dei quarant’anni. Le parole palpitanti sono protese, infine, in una distensione gioiosa: “… e poi seminare e poi aspettare non è mai normale / e poi silenzio e poi nuove parole / il tempo dell’amore / non ha fretta come la terra intorno al sole / non ha fretta per non far scoppiare il cuore / non ha fretta l’eternità”. Un motivo di conforto riempie di desiderio fertile, di un patrimonio genetico trasmesso nel nitore del testo sotto la luce di un impulso paterno.
E’ del 2006 l’album Le band si sciolgono, che vede la partecipazione di Gaetano Curreri che compone le musiche del brano Lampo di vita. Pino Daniele è musicista nella canzone La mia isola e Tiziano Ferro duetta con Luca Carboni in Pensieri al tramonto. Il contagio di altri autori innerva i messaggi musicali più che testuali, un’azione corale e un intento di spartire frammenti di suono. Nei testi, invece, il mix di riflessione e ironia anima una volizione dalla doppia faccia, vigorosa e nostalgica, soprattutto nel brano Le band si sciolgono: “… e gli anni passano gli amori finiscono / le band si sciolgono senza un perché / i clacson suonano le stronzate piacciono / le stesse cose ci annoiano senza un perché…”. Nel brano Malinconia riecheggiano l’urto del ricordo, reminiscenze e punti di vista, un rifugio in quel passato inquieto, strasfigurato nella continuità con l’adesso in una combustione interna: “La malinconia ha onde come il mare, / ti fa andare e poi tornare / ti culla dolcemente / la malinconia si balla come un lento / la puoi stringere in silenzio / e sentire tutto dentro / e sentirsi vicini e anche lontani / è viaggiare stando fermi…”. Luca Carboni fissa un appuntamento con i suoi affezionati utilizzando versi fluenti, trepidi. In questo album regala gratitudine, senso di abbandono, specie nella suadente Pensieri al tramonto: “… e quando le sere scendono e dolci poi ci avvolgono / ci addormentiamo e i sogni poi piano piano entrano / come artisti grandi che / che ci emozionano / o come dolci amanti che / che ci amano…”. Nelle assonanze verbali amore e dolore procedono di pari passo nella trasparenza comunicativa come dote acquisita ormai solidamente. La riflessione biografica è una continua scoperta vocazionale, sacrificale, ma finisce per infondere fiducia, pacificazione, speranza. Le enormi crisi di vendita dei dischi portano molti cantautori a cercare le strade più facili, più pop commerciali. In Luca Carboni rimane, viceversa, un’impronta precisa e mai un accomodamento. I brani sono esplicativi, tesi ad una complicità, ad un riconoscimento con il pubblico ribadendo i punti cardinali spazio/tempo/luogo in un’esperienza illimitata.
Il 2015 e il 2016 pongono Luca Carboni in altissima rotazione nelle radio italiane con il disco Pop-up, in particolare con il singolo Luca lo stesso, che emula i migliori successi in più di trent’anni di carriera. “… e se i figli possono nascere lo stesso anche da due che si odiano / dimmi allora a che cosa serve l’amore l’amore l’amore / lo sai questa parola che effetto che mi fa / detta piano o forte detta ad un’altra velocità / può anche uccidere può anche darmi la felicità / detta con un altro suono oppure con un’altra età / due ragazzi che si amano e chissà se siamo ancora così stupidi…”. L’album nasce dagli stessi stimoli degli esordi, ma l’interpretazione della canzone d’autore viene portata in una dimensione miscellanea. Il concetto di pop è ampio, con un sound sincronico, nonostante la testualità resti salda al brio emozionale, alla misurazione degli amori in una dolce aurora, come nel motivo La nostra strada: “Trovo sempre / il mio posto la mia idea / il mio campo di grano / la tua mano che confondo con la mia / l’equilibrio la pazzia / in fondo trovo sempre te…”. Il disco vuole essere figlio del suo tempo. L’idea del titolo connette un gioco ironico tra il pop musicale e i pop-up, che sono sia le pagine tridimensionali dei libri per bambini, che le fastidiose finestre che si aprono quando si naviga su Internet. Pop-up contiene un concetto di sorpresa electro-pop, ironicamente dance e rock, vitale ed energetica. L’album è onnicomprensivo di due culture diverse: il produttore Michele Canova è tendenzialmente filoamericano, mentre Luca Carboni si dichiara filoeuropeo. Tra le coordinate geografiche, nella diade luogo/tempo, il testo Bologna è una regola viene imperniato sulle storie raccontate negli anni, in un’inconfondibile madaleine. La spiegazione della regola sfugge alla razionalità, ma trasmette un incantesimo magico. Il luogo è anche Milano in una specie di ipertempo remoto. Da un’intervista su “Tv Sorrisi e Canzoni” (30 settembre 2015): ”Milano, dagli anni Ottanta, è stata la capitale di tutto, per me. Per noi ragazzi bolognesi era una meta, era la città all’avanguardia. Mia zia a Bologna aveva una figlia che si era sposata con un milanese e ci sembrava che fosse arrivata da un altro pianeta. Milano come la nostra America. Bologna è una zona più romantica, poetica, legata all’arte e alla musica, all’università. Milano era come New York”. In Chiedo scusa l’eco di Luca Carboni prosegue con un’ispirazione all’omonimo brano della poetessa polacca Wislawa Szymborska: “Chiedo scusa alla gioia se ne approfitto un po’ / alle grandi domande se non risponderò / alla verità se non la scoprirò / chiedo scusa all’amore che si dà per scontato / ai senzatetto nel freddo mentre io dormo beato / alla coscienza che a volte faccio solo incazzare / chiedo scusa anche a lei…”. Si innerva un dialogo frontale con il discernimento delle domande assolute, coraggiose, una boccata d’ossigeno nel fragore tra memoria e sogno, con l’attrazione per ciò che si dissolve e il dubbio di un dopo, di un’immortalità possibile.

Alessandro Moscè

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