TIZIANO BROGGIATO E LA POESIA DELL’ASCOLTO

La poesia è anche un mezzo per raccontare, quando un’identità umana di affinità elettive tra soggetti viene diluita nel dire esplicitamente. E’ ciò che riguarda l’opera di Tiziano Broggiato, che con la sua ultima raccolta dal titolo Preparazione alla pioggia (Italic peQuod 2015) ha narrato prosasticamente e non solo decantato con un andamento lirico. Lo ha fatto alimentando il desiderio universale del viaggio, metafora esistenziale di scoperta e avventura. Questi componimenti entrano nel climax di ciò che li ha innervati con il senso dell’andare e del riconoscere spostandosi da un posto all’altro. Non mete balneari o luoghi incantevoli per vacanze periodiche, ma spesso spazi provvisori, fatiscenti, nei quali si farebbe volentieri a meno di sostare: una camera d’albergo o la stanza di un ospedale, tra i più facilmente riconoscibili e introiettati. Come scrive Francesco Napoli nella scheda critica, “l’archetipo del viaggio è forma del pensiero dell’essere”. Ma è anche la rappresentazione di una tensione, il viatico tra passato e presente, e sempre richiamando le parole di Napoli, “simbolo della ricerca di verità, di spiritualità, di immortalità”. Compaiono dei versi piani, distesi, in cui Tiziano Broggiato si lascia andare all’osservazione mutevole del tempo e dell’atmosfera come in un contraccolpo: “Correre sulla spiaggia deserta / alle sei di mattina mentre / la luce effettua il suo sopralluogo / prima di espandersi, può concedere / una sorta di pace, la condizione / degli orizzonti, a quest’ora / raggiungibili”. Il poeta vede la pioggia, lo stormo di folaghe, i raggi di un nuovo sole. La geografia delle città si fissa nella cartografia dell’anima, in fotogrammi scattati nella linea del passato e di un probabile futuro, solo immaginato. I ricordi atomizzati affiorano come un serbatoio dal quale estrarre quelle pepite di inestimabile valore care a Giorgio Caproni, come nella bellissima poesia Collegio Xavier, ricordo: “Nell’aula dalle molte porte grigie, / nel suo silenzio perpetuo, la nostra / maggior preoccupazione consisteva / nell’occupare un posto sotto le finestre / e studiare lì, con la luce rarefatta dell’inverno…”. Quell’appostamento fungeva da espediente per sentire il battito dei suoni, la provenienza di un universo bandito, al di fuori, oltre il muro dirimpetto. Il cerchio del quotidiano si unisce a interrogazioni totali, sincera motivazione di un’esperienza poetica che non si limita a registrare una pratica colloquiale e una visione descrittiva. La prospettiva dell’oggi è un centro vitale metabolizzato: “Osserva in silenzio il movimento della folla / il vecchio negro accovacciato in un angolo / dell’ampia scalinata colombiana”. Ma a ribadire un’intenzione che va oltre l’apparire, colpiscono versi come: “Non c’entrano le promesse, / la vastità dei privilegi prospettati. // E’ l’irradiarsi spontaneo di una somiglianza // quello che alla fine ricorda”. Molto intenso il poemetto (o romanzo in versi, come lo timbra Napoli) Ascoltando Marylin, riscritto, variato più volte e che compare in altre raccolte poetiche di Broggiato. Marylin potrebbe essere il mito, ma anche una vicina di casa. Un personaggio pubblico, la donna del desiderio, ma anche il suo contrario, una donna allucinata, che ha perso tutto. Un riferimento familiare e leggendario, dunque, forgiato dal dolore: “Teme le febbri, Marylin, / teme il vetro troppo spesso / degli oblò sul mare / e i vestiti bianchi che le ricordano / un’infanzia trascorsa troppo vicino / alle penombre del confessionale”. L’esistenza della protagonista scorre lentamente, adagiata in un angolo, tra echi e ombre, attese e ricordi luttuosi. Marylin è in un letto di convalescente, sogna fughe, nasconde segreti, si autocommisera, si sente parte di un destino avverso, di una storia incompiuta. “E’ provata, Marylin. / Eppure / il lento movimento delle piccole dita / sul candore del lenzuolo / sembra invitarmi a restare ancora, / a trattenermi forse per fornirmi / l’ultimo indizio della sua definitiva liberazione”. Preparazione alla pioggia è una raccolta poetica di concitamenti, di malinconie e al contempo di necessarie e irrinunciabili riflessioni, di incontri e soprattutto di ascolto. L’esposizione alla deperibilità decretata dal tempo e al malessere esistenziale, biologico, ne fa il tratto più distintivo: ”Che cosa ne sappiamo noi di come fa / la sofferenza a scegliersi il bersaglio, / di come fa il dolore a entrare nel / corpo?”.

Alessandro Moscè

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