IL SOGNO POETICO DI ALESSANDRO MOSCE’

da www.libertariam.blogspot.it, 28 febbraio 2016

 

Alessandro Moscè è nato ad Ancona nel 1969 e vive a Fabriano. Ha pubblicato l’antologia di poeti italiani contemporanei Lirici e visionari (Ancona, Il lavoro editoriale 2003); i libri di saggi critici Luoghi del Novecento (Marsilio, Venezia 2004), Tra due secoli (Neftasia, Pesaro 2007) e Galleria del millennio (Raffaelli, Rimini 2016); l’antologia di poeti italiani del secondo Novecento, tradotta negli Stati Uniti, The new italian poetry (Gradiva, New York 2006). Ha date alle stampe le raccolte poetiche L’odore dei vicoli (I Quaderni del Battello Ebbro, Porretta Terme 2004), Stanze all’aperto (Moretti & Vitali, Bergamo 2008) e Hotel della notte (Aragno, Torino 2013). E’ presente in varie antologie e riviste italiane e straniere. Le sue poesie sono tradotte in Romania, Spagna, Venezuela e Messico. Ha pubblicato il saggio narrato Il viaggiatore residente (Cattedrale, Ancona 2009) e il romanzo Il talento della malattia (Avagliano, Roma 2012), giunto alla terza edizione. Si occupa di critica letteraria su vari giornali. Ha ideato il periodico di arte e letteratura “Prospettiva” e dirige il Premio Nazionale di Narrativa e Poesia “Città di Fabriano”.

 

Comincio dalla tua infanzia e dall’amore per il calcio iniziato a cinque anni quando tuo padre, tifoso della Lazio, ti accompagnò alla stadio. Posso immaginare l’emozione di un bambino accanto a suo padre. Cosa ti è rimasto di quel primo amore, quale gusto, odore e sensazione, attraverso i sensi e gli occhi di un bambino?
In realtà non era l’emozione data dalla vicinanza di mio padre che mi aveva innescato un cortocircuito sensoriale, specie visivo. Fu l’agonismo dei giocatori della Lazio che per la prima volta focalizzavo in presa diretta, nella classica divisa bianco-azzurra. Wilson, Martini, Garlaschelli, D’Amico: i reduci di una squadra di pazzi che tre anni prima aveva vinto lo scudetto sconfessando tutte le logiche calcistiche, a partire dall’unità di un gruppo e dalla condotta giudiziosa degli atleti. Sapevo che nel tempo libero quegli “anarchici” indomabili si divertivano a sparare dalla finestra di un albergo ubicato sull’Aurelia, colpendo i lampioni. Per me bambino si prefigurava la stessa esperienza di chi, in epoca romana, assisteva alla sfida tra gladiatori in un’arena pubblica. Del resto lo stesso Borges ha definito il calcio un’epica minore. Il calcio, peraltro, ha molte implicazioni sociologiche e ancestrali. E’ una metafora dell’esistenza, dove il più forte cerca di sopraffare il più debole secondo una legge di natura, impietosa e tremenda.

Tuo padre è vissuto per alcuni anni a Roma. Quanto è stata importante quell’esperienza romana, fuori dalla provincia, lontano dagli affetti familiari, per la tua formazione futura?
E’ stata un’esperienza determinante. Mio padre, durante la settimana, era assente da Fabriano, dove tuttora vivo, e da piccolo non ne capivo il perché. Ma il venerdì notte tornava a casa e il sabato mattina mi prendeva in disparte. Mi raccontava di Roma, della capitale del mondo. In quelle narrazioni orali introiettavo il piacere della scoperta, dell’avventura. Roma, per me, era come l’America. Il Colosseo, il Pantheon, la Fontana di Trevi e i Fori Imperiali mi sembravano cartoline che provenivano da un aldilà. Nella provincia marchigiana il tempo scorreva lentamente e immaginavo un mondo favoloso, picaresco da qualche altra parte. Mio padre mi parlava spesso di Giorgio Chinaglia, il centravanti della Lazio del 1974, quella dello scudetto, che durante un derby con la Roma andò ad esultare sotto la curva dei tifosi avversari e li sfidò. Uno contro tutti. L’Uomo Ragno, Capitan Harlock e Tex erano personaggi irreali, mentre Chinaglia esisteva in carne ed ossa, era una credenza mitica, ma non religiosa e neppure fantastica.

A tredici anni la grave malattia, durata un anno, credo. Adolescente ospedalizzato con una diagnosi infausta. Eppure trovasti il modo, attraverso quell’amore per il pallone, per i giocatori, fra i quali Giorgio Chinaglia, di vincere un sarcoma. Cosa ti è rimasto di quel periodo?
A tredici anni sono stato colpito da un sarcoma di Ewing al bacino. All’Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna, dove mi hanno curato per due anni, sono morti tutti coloro che soffrivano del mio stesso male. Io, inaspettatamente, ce l’ho fatta. Si sono registrati due soli casi, fino agli anni Novanta, di guarigione clinica. Uno dei due guariti sono io. Mi sono posto molte domande da trent’anni a questa parte. Posso dire che non è rimasto un buco nero, ma una certezza: la malattia non si fronteggia con la sola speranza di guarire. Né con la commozione, che è un sentimento di tenerezza. Meno che mai con la disperazione o la rabbia. La malattia va semplicemente ignorata. Lo so, è un compito improbo, tanto è vero che può riuscirci un bambino, un adolescente, nella sua incoscienza. Potevo cercare la consolazione della famiglia, e l’ho fatto. Ma nei momenti in cui la consapevolezza di poter morire prendeva il sopravvento, la mia reazione salvifica contro il “vuoto pneumatico” consisteva nel pensiero felicemente ossessivo di un simbolo di forza. Mi ha aiutato molto la figura dell’idolo calcistico di allora, appunto Giorgio Chinaglia. Specie per far fronte ai luoghi di reclusione e di separatezza dalla vita, gli ospedali. Il campione come simbolo di vittoria, uno spazio di leggerezza come naturale antitesi alla malattia, così da annientare il terribile horror vacui. Giorgio Chinaglia, mito incontrastato della Lazio degli anni Settanta, era già un “compagno insostituibile” di giochi nell’infanzia e mi garantiva quella “felicità bambina” che è diventata anche il modo migliore per affrontare psicologicamente il sarcoma. Il mio romanzo Il talento della malattia, uscito da Avagliano nel 2012, e che tanto successo di pubblico e di critica ha avuto, non è solamente un’opera letteraria, ma una testimonianza impudicamente affermata con lo sguardo fanciullo di una volta.

Una lettera al tuo eroe: un atto di amore e di coraggio per afferrare quel filo del palloncino senza paura di volare scappando dalla vita. Cosa successe, ce lo vuoi spiegare?
Un bambino ricoverato nella mia stessa stanza stava morendo asciugato da un osteosarcoma che gli aveva annientato i polmoni salendo da un arto inferiore. Accorgersene fu atroce. Credo che l’impatto, nella coscienza di un infante, potesse essere equiparato a ciò che avveniva nei deliranti campo di concentramento. Ho iniziato a scrivere una lettera, mai spedita, a Giorgio Chinaglia. Di fronte alla morte ci vuole l’irriverenza. Ci vuole la sfrontatezza di chi manda a fare in culo l’allenatore della nazionale italiana ai campionati del mondo del 1974 dopo una sostituzione. Ci vuole il sogno, quello che gli psicologi moderni chiamano “motivazione antagonista”, un’operazione di metamorfosi dell’afflizione: pensare ad altro per non pensare al male. Queste sono state le mie armi. In quei giorni avevo fatto mio uno slogan, lo stesso dei tifosi della Lazio: “Giorgio Chinaglia è il grido di battaglia”. Lo urlavo da un letto d’ospedale, mentre intorno vedevo ragazzini amputati alle gambe o alle braccia. Il mio voleva essere un grido di riluttanza, di opposizione alla morte. Per questo non credo alla resistenza ideologica nella storia, ma alla resistenza biologica di ogni singola persona.

Diventato un uomo hai pubblicato un romanzo con il titolo forte come un pugno in un guanto di velluto: Il talento della malattia. Un atto di generosità da donare a un mondo sempre più malato per non perdere mai la speranza di sognare. I sogni si avverano secondo te, oppure sono una scommessa, quasi una sfida, un’opportunità?
Non credo nella realizzazione del sogno, ma nella sua “terapia”. Si deve voler sognare e saper sognare, diceva Baudelaire. Adesso è la malinconia, paradossalmente, che mi tiene agganciato alla storia del mio male e dell’incredibile guarigione. In un certo senso è come se fossi rimasto un adolescente. Ma l’adolescenza, solo l’adolescenza, è un’età eterna. Uno scrittore non può diventare mai un adulto fino in fondo, perché sarebbe banale nel suo conformismo. L’adolescente, invece, è sempre fiero, invulnerabile, trasgressivo.

Dalle tue poesie traspare una malinconia nel descrivere solitudine e indifferenza umana. La città, i volti, le cose, l’ambiente urbano con le sue strade, le piazze, i giardini sono al centro del punto di osservazione. Per cercare cosa?
La mia è una poesia di luoghi, senz’altro. Ma mai in senso contemplativo o naturalistico. Ritengo di essere un poeta lirico, melodico, ma soprattutto esistenzialista. C’è una tensione verso il trascendente nelle mie poesie, come confermato nell’ultima raccolta Hotel della notte edita nel 2013, dove Dio è presente anche se non viene mai nominato. Tu citi i volti, giustamente. La mia è anche una poesia dove emerge un vasto campionario di personaggi con il loro bagaglio di esperienze anomale. L’omino della casa di riposo, per esempio, è un sapiente gnomo felliniesque al quale ho dedicato una sezione di Hotel della notte. Parlava con i pozzi e invocava la Madonna come se oggetti e divinità facessero parte di un rito propiziatorio, scaccia crisi.

Nella tua poesia ricorre spesso la figura dei nonni, molto amati. Un punto di riferimento affettivo o altro? I nonni sono importanti per lo sviluppo nel processo di identificazione di un bambino?
I nonni sono ricondotti ad un elemento peculiare della mia poesia: gli affetti familiari, come aveva ben notato Alberto Bevilacqua scrivendo di Stanze all’aperto. Non saprei dire quanto siano importanti in un processo di identificazione, ma ricordo che le vacanze natalizie, per la mia famiglia, corrispondevano ad una lunga permanenza nella città di Ancona. Nella mia poesia emerge un incessante dialogo tra i vivi e i morti, per lo più i nonni, che risiedevano ad Ancona. La tavola imbandita e il gioco delle carte nella grande casa di nonno Alvaro o di nonno Ernesto, rimangono evasioni gioiose, esilaranti. E’ come se un tempo irripetibile, quello degli anni Settanta, si riaffacci ogni Natale con la stessa intensità di allora. Parafrasando Ernest Hemingway potrei dire: “Avere un cuore da bambino non è una vergogna. E’ un onore”.

Giornalista e scrittore tradotto anche negli Stati Uniti e non solo, sei un critico di primo piano, raffinato e sensibile. Quali i tuoi autori preferiti e da quali hai trovato ispirazione?
I grandi classici, da Dante a Leopardi, a Manzoni. Baudelaire, Sartre, Mann, Rilke. Moravia, Pasolini, Saviane, Volponi, Saba, Montale, Sereni, Gatto. Sono stati un’infinità gli autori della mia formazione, sin dai tempi dell’adolescenza, ormai lontana. Continuo a rileggerli anche oggi, naturalmente.

Quali saranno i tuoi prossimi appuntamenti editoriali?
E’ appena uscita una raccolta di interventi critici, in parte rivisitati e ampliati, apparsi dal 2004 al 2014 su giornali e riviste specializzate. Si intitola Galleria del millennio. A maggio uscirà il mio nuovo romanzo, L’età bianca, che è una sorta di prosecuzione di Il talento della malattia. Un libro intenso, sofferto. Sto ultimando una nuova raccolta di poesie, L’amore aiuta a vivere, che è un verso tratto da Primizie del deserto di Mario Luzi. C’è senz’altro un comun denominatore in questi tre lavori: provo a rintracciare le ragioni di un’intera esistenza, non solo quelle di un libro. Sono convinto che letteratura e vita possano coincidere senza infingimenti.

 

Laura Margherita Volante

ale15

 

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