IL GIARDINO E LA POESIA

“Dio onnipotente fu il primo a piantare un giardino; ed è, davvero, il più puro fra i piaceri dell’uomo”.

Francis Bacon, Saggi (1597/1625)

 

Il giardino che amo di più si trova a Fabriano, la mia città. Il mio hortus conclusus interpreta uno stato d’animo secondo la tradizione che riprendo nella raccolta poetica L’odore dei vicoli (I Quaderni del Battello Ebbro 2005), dove come i romantici, rappresento un giardino spoglio, un terreno nudo, notturno. La natura di tutti i giorni, quella dove ci si sta da soli o con un’amica. Un sogno un po’ crepuscolare, abbandonato, nostalgico. E’ lì, in una panchina di marmo, che a vent’anni ho scritto dei versi. E’ lì, nel giardino comunale, che la natura e l’uomo si legano metaforicamente. Si tratta di una natura autunnale, di foglie secche, cadute. L’odore dei vicoli è sensitivo, è un’energia dell’anima che manda il suo riflusso al giardino: “Vuoi venire / dove il mondo si assottiglia / e l’eco dei grilli non si sente più? / Io non posso tardare, / il giardino mi aspetta dalla piscina delle carpe ai giochi…”. Arrivo trafelato nel mio spazio che è il tramite tra questa natura e quella cosmica. Credo di aver recuperato il senso più profondo della percezione romantica, con L’odore dei vicoli. Un giardino circondato dalla città. A pochi passi si affollano i bar, c’è il centro storico, il passeggio, la strada. Ma questo spazio è a sé. Non chiuso, non perimetrato. Chiunque può entrare ed uscire ad ogni ora. Non ci sono barriere, né ai lati, né in alto, dove il cielo punta la terra. In questo luogo si raccoglie il tempo, il movimento, la fugacità, l’amore nascosto delle coppiette. E’ un universo conchiuso e allo stesso tempo dicibile, trasmissibile nella sua predisposizione alla liricità. Quasi che il giardino tenga fermo un sentimento, ed è l’uomo che si riempie di questa identificazione fisica, spaziale, atmosferica (“Un senso di addio indocile / si ritrova nella foschia del giardino / e nella luna che manca, / nei faretti tondi di due motorini / che si rincorrono a zig zag”). Un’automobile parcheggia di lato. E’ già notte. Una musa scende idealmente dal cielo, si ferma sugli alberi. Il giardino si insinua nel sogno senza precisare le sue intenzioni. Dovrò liberare il desiderio, l’anima che chiede di me e di nessun altro: un’anima che vive all’aperto, come quando ero l’adolescente che correva i 100 metri. Anche nella seconda raccolta, Stanze all’aperto (Moretti & Vitali, Bergamo 2008) e nella terza, Hotel della notte (Aragno, Torino 2013) il giardino assume un ruolo insostituibile. Non è un giardino visto con gli occhi del naturalista o del botanico. Neppure il giardino di un contemplativo. E’ un giardino luogo esistenzialista dove far nascere il pensiero che tende al trascendente, che argina il presente e svincola nel passato attraverso le figure familiari che non ci sono più e che continuano a parlare. I morti sono il tramite con l’aldilà. Il giardino di Fabriano scorre, come in un cortometraggio, nella nuova raccolta inedita, L’amore aiuta a vivere e in altri testi ancora: “Questi rami schermo di un vento che spinge, / soffici sotto la pioggia a sprazzi / in un marzo di piccioni e merli, / ancora qui, nel mio giardino invisibile / di panchine e nonnulla, / di anfratti dove le mani si perdono / nell’angelo degli adolescenti. / Qui dove morire è esistere / nell’abbraccio domenicale di un selfie / e nell’ansia prima delle partite, / nella calma desolata, sottile / rimasta a mezza altezza nello stradino / dove le badanti dell’est confabulano / prima di aprire l’ombrello. / Qui, dove nessuno potrebbe smettere / di amare il bambino che è stato / correndo sui pattini a rotelle / o calciando il pallone per un tiro a effetto. / Qui, dove è facile innamorarsi di un lampo / che rispecchia volti e capelli, / ciò che rimarrà nella galleria di un iPhone”.

Alessandro Moscè

GIARDINO-1

Tags from the story
, , , ,