LIA LEVI: LA FAMIGLIA EBREA SFALDATA DALLA GUERRA

Lia Levi, scrittrice e giornalista piemontese, vive a Roma. E’ stato da poco ridato alle stampe il suo romanzo Tutti i giorni di tua vita (e/o 2016, già uscito nel 2003). Nel 1920 l’avvocato Valfredo Volterra, la moglie Eliana, le figlie Regina e Corinna e la domestica Tarantella, si trasferiscono in un appartamento buio, l’unico invenduto di un palazzo color ocra e cinerino. La loro prima Pasqua è fatta di regole ferree, tra cui, nel consumo dei pasti, la rinuncia al pane e alla pasta. I vicini di casa capiscono che la famiglia è ebrea perché la domenica nessuno si reca alla messa. Quando Mussolini diventa capo del governo, tra i parenti della famiglia Volterra c’è chi sussurra: “Vince chi è capace”. Valfredo è un ebreo irriverente e bizzoso, il quale fa sentire la sua voce quando la figlia Regina confida di essersi fidanzata con una persona di religione cattolica, rinunciando quindi all’orgoglio delle origini. Il suo Claudio è un avvocato che scrive articoli di giornale e fa volantinaggio, un convinto antifascista. La storia della famiglia Volterra è racchiusa nello spazio di un angolo domestico e si unisce alla storia maggiore, all’immane tragedia del secolo scorso. Matteotti viene rapito, aggredito e ucciso, mentre i partiti di opposizione si ritirano sull’Aventino rinunciando all’attività parlamentare. Si fa strada una domanda che attanaglia lo spirito dei Volterra, mentre i fascisti assumono posizioni sempre più parossistiche: gli ebrei sono una religione o una nazione? Anche Corinna, la seconda figlia, si fidanza con un non ebreo, un giovane medico che abita al piano di sopra (nasceranno Gabriele e Anna). La domestica Tarantella rimane incinta e viene relegata nella “Casa della giovane traviata”. Lia Levi, con una scrittura piana, diluita cronologicamente, intreccia i dialoghi familiari tra zii e cugini, figlie e amici, sarte e attrici. I capitoli scorrono velocemente, in un sali e scendi di narrazioni e tramature tese, scabre, immanenti. Il regime sembra “girare a vuoto”, ma nessuno è capace di unire le forze antifasciste per rovesciare le sorti di un Paese allo sbando. Gramsci è in prigione, Buozzi e Treves sono scappati in Francia, Nenni, Parri e Rosselli vengono arrestati. Claudio è condannato al confino, Regina parte con lui. Gli ebrei finiranno per essere catalogati e Mussolini per dare un volto ai suoi nemici di “fede israelita”. Siamo nel 1934: l’Italia vince il campionato del mondo di calcio battendo la Cecoslovacchia, ma è stremata dalla guerra in Etiopia. Il Duce chiede che le fedi nuziali delle donne vengano deposte sull’Altare della Patria per accumulare denaro reintegrando così le perdite subite. Eliana e Corinna acconsentono senza battere ciglio. Gli eventi precipitano con la pubblicazione del manifesto degli scienziati razzisti. Il 5 settembre 1938 viene promulgato il Regio decreto che fa fuori gli ebrei dalla vita pubblica. C’è una frase cruciale del romanzo di Lia Levi, in cui Regina assume un tono spavaldo usando parole lapidee: “Cosa vi aspettavate? Davvero vi eravate messi in testa che vivessimo in una democrazia resa solo un po’ piccante da qualche prepotenza? Per me queste leggi razziali non hanno rappresentato niente di nuovo… nessuna sorpresa… Servono caso mai a confermare che avevamo ragione noi. E peggio per gli ebrei fascisti se ora gli è preso un colpo…”. Tra i parenti dei Volterra c‘è chi scappa in America, chi si rifugia in montagna, chi spera ancora in un rinsavimento. Valfredo ed Eliana se ne vanno a Velletri e poco dopo moriranno, entrambi di malattia. Badoglio sostituisce Mussolini sfiduciato dal Gran Consiglio, ma la guerra continua, nonostante l’armistizio. Regina e Claudio rifugiano in Svizzera; Gabriele, a diciassette anni, si arruola volontariamente nelle file degli alleati; la sorella Anna si unisce agli zii in Svizzera; Enzo e Corinna vengono deportati vittime di una delazione. Anna, finita la guerra, andrà in Palestina a vivere per qualche anno in un kibbutz. La vicenda della famiglia Volterra scorre con l’io narrante che diventa la casa stessa, tanto che nell’ultimo capitolo del romanzo le pareti, “vecchie e stanche”, parlano come fossero lemuri. Il senso dei Tutti i giorni di tua vita è concentrato sull’esecrazione degli avvenimenti del secondo conflitto mondiale, ma non solo. La coscienza personale e l’engagement collettivo sono continuamente in frizione. Lo scontro nasce prima delle deportazioni e degli eccidi, cioè nell’inconsapevolezza di ciò che sta per succedere. La storia del fascismo e del nazismo, del resto, è colma di imprevedibili scenari, portatrice di quella memoria e di quella pietas che oggi, rivisitate, alimentano ancora un’infinità di perché sui “greggi portati al macello”.

Alessandro Moscè

Lia-Leviok